venerdì 29 gennaio 2016

Carotine glassate al forno


carotine glassate

Ci sono giorni in cui nonostante la pioggia, la fretta e piccoli inconvenienti, il mondo sembra gentile e pieno di colore.
E' così che fai più attenzione alle piccole cose. 
Al sorriso cordiale e paziente del benzinaio, per esempio, che   ammicca divertito, mentre tu arrossisci, dopo che ha capito che non hai la più pallida idea di come diavolo si faccia ad aprire il cofano della tua macchina, o  alla pazienza di quell'automobilista che, mentre tu cerchi di far manovra il più in fretta possibile, guardandolo dal retrovisore, mortificata, ti sorride come per dire "capita a tutti, riprova". 
E, per finire, all'allegria inaspettata di quel giovane commesso, che saltellando come un grillo sullo sgabello, ti accoglie alla cassa con  tale entusiasmo che ti guardi intorno per capire se è proprio con te che ce l'ha.   

Sorrisi regalati che possono colorare anche la giornata più buia.

***

Per oggi, ho pensato ad un contorno ricco di betacarotene. Non so voi, ma le carote lessate non mi fanno letteralmente impazzire, sono sincera, cotte in forno, però, e con una punta aromatica data dal miele o dallo zucchero di canna, il risultato diventerà particolarmente gustoso. Fidatevi.

carotine glassate

Ingredienti per 4 persone:

una dozzina di carote preferibilmente con il ciuffetto
1o 2 cucchiai di miele o di zucchero di canna
2 cucchiai di olio extravergine d'oliva
timo fresco
sale e pepe  macinato

carotine glassate

Per prima cosa pulite le carote con uno spazzolino per verdure in modo da eliminare eventuali residui di terra. Sarebbe infatti meglio non pelarle perché il betacarotene è concentrato soprattutto nella parte esterna della radice. Tagliate parte degli steli e le foglie (che sembra siano buonissime utilizzate per esempio nelle minestre e nelle zuppe) lasciandone solo un ciuffetto, decorativo, sciacquatele bene e asciugatele. 
Foderate una teglia con carta da forno, sistematevi le carote in un solo strato. In una ciotolina mescolate l'olio con il miele o lo zucchero, irroratele con questa emulsione e completate con un pizzico di sale, una macinata di pepe e delle foglioline di timo. Massaggiatele e giratele in modo che se ne ricoprano uniformemente.
Infornate a 180° e cuocete per una mezz'oretta.

carotine glassate

Ecco un contorno delizioso che piacerà anche ai vostri bambini.

carotine glassate

Alla prossima ricetta
Pippi


mercoledì 27 gennaio 2016

Challah - il pane del sabato -


Challah

Questo pane è rimasto per molto tempo nella mia lista dei desideri.  Ogni tanto, mi riproponevo di trovare il tempo per iniziare a prendervi confidenza ma alla fine per un motivo o per l'altro, la ricetta rimaneva sempre chiusa nel cassetto. 
Ma oggi è la giornata dedicata alla Memoria della Shoah. (Il 27 gennaio del 1945 le truppe sovietiche entrarono nel campo di concentramento di Auschwitz e da quel momento il mondo intero che fino a quel momento in molte occasioni si coprì gli occhi, dovette fare i conti  anche l'orrore dello sterminio del popolo ebreo.)
Ricordare l'Olocausto, per me significa, oggi, non girarsi dall'altra parte di fronte a tutti i genocidi, i massacri e le guerre che si stanno consumando nel mondo, e tendere una mano a quegli uomini, donne e bambini che si spingono alle frontiere dei nostri, cosiddetti, paesi civili, per fuggire dall'orrore delle guerre o delle dittature.

E' così che oggi ho scelto di proporvi un pane intrecciato dal nome che significa 'porzione': Challah o Hallah. In base al comandamento Biblico, infatti, si impone agli ebrei di offrire una porzione di questo pane come dono per le generazioni future. Ricordiamocelo.   

La Challah è il pane che viene preparato per celebrare lo Shabbat, il giorno più importante e sacro della settimana per il giudaismo, e che ricorda la manna che il Signore mandò per sfamare il suo popolo, nel deserto, in fuga dall'Egitto. Pane che ha una fortissima carica simbolica, pensate, che anche la sua forma intrecciata non è casuale dato che le trecce, intese come braccia intrecciate, simboleggiano l'amore. Anche il numero delle trecce può variare, 3 - 4 - 6 , assumendo connotazioni differenti. 
Le 3 trecce indicano Verità, Pace e Giustizia e sono quelle che ho scelto per il pane di oggi. (fonte My Jewish Learning) 

Ma per saperne di più sulla cucina della tradizione ebraica e approfondire il tema, vi rimando ad un bellissimo articolo scritto da Anna Maria Pellegrino per la  Settimana della Cucina Ebraica  all'interno del Calendario del Cibo Italiano di Aifb, compresi tutti i contributi che troverete  in calce all'articolo.

A me non resta che raccontarvi la ricetta.

Challah (pane del sabato)

Ci sono moltissime ricette sul web o nei libri di cucina, volendo ci si può perdere in un labirinto di pesi, ingredienti e trecce. 
Il pane del Sabato assomiglia ad un pan brioche (ma molto meno dolce e più compatto come consistenza). In effetti, doveva essere un pane più ricco e speciale, rispetto a quello che si mangiava normalmente durante la settimana, per questo, all'interno dell'impasto troviamo le uova, ricordiamoci, però, che la ricetta originale non prevede né burro né altri latticini, come invece è previsto nel classico pan brioche, perché, in base alle norme alimentari kasherut, latticini e carne, non possono essere mescolati. Dato che la Challah è dedicata a celebrare il Sabato e il suo ricco pranzo in cui si consumava sicuramente della carne, ecco che nell'impasto viene solo utilizzata della semplice acqua e  un olio vegetale leggero e dal sapore delicato.

Uscendo dal labirinto di mille versioni, sono andata ad approdare in un porto sicuro. Ho preso infatti ispirazione da una ricetta di Benedetta Jasmine Guetta del blog Labna che ho adattato, soprattutto in termini di proporzioni, visto che la ricetta di Benedetta prevede l'utilizzo di 2 kg di farina, e a cui ho aggiunto il profumo della scorza d'arancia grattugiata.
Il risultato mi ha molto soddisfatta, la challah ha un gusto molto delicato con appena un accenno di dolcezza e dalla consistenza morbida. E' buono anche il giorno dopo, anche se si asciuga leggermente e, se ve ne dovesse rimane ancora, cosa del resto improbabile, tostato fa la sua gran bella figura. 

Proviamoci e festeggiamo insieme il Sabato.

Ingredienti per una treccia:
500 g di farina di forza
150/160 g di acqua tiepida
10 g di lievito di birra fresco
40 g di olio vegetale di ottima qualità
40 g di zucchero
1 uovo
1 cucchiaino di sale
scorza di arancia (non trattata) grattugiata  
per la finitura:
1 tuorlo diluito con un goccino di acqua
semi di sesamo o di papavero

Challah (pane del sabato)

In una ciotola mettete la farina, la scorza grattugiata d'arancia e lo zucchero. Sciogliete nell'acqua leggermente intiepidita il lievito di birra e aggiungetelo alla farina iniziando così ad impastare, unite anche l'olio e di seguito l'uovo sbattuto con una forchetta. Impastate per qualche minuto poi aggiungete il sale. Trasferire l'impasto su un piano infarinato e continuare ad impastare per una decina di minuti o fino a quando la consistenza dell'impasto non sarà diventata particolarmente liscia, elastica e morbida. Fate una palla, ungete una ciotola e mettetevi la pasta a lievitare coprendola con una pellicola trasparente o un panno pulito inumidito. Io ho messo la ciotola nel forno con la sola lampadina accesa e l'ho lasciato lievitare 3 ore.
Terminato questo tempo, rovesciate l'impasto di nuovo sulla spianatoia, sgonfiatelo con le nocche delle dita, fate qualche piega per dare forza e dividetelo in 3 parti che lavorerete a pallina.
Lasciatele riposare qualche minuto poi senza usare altra farina, lavorate le palline di pasta in modo da formare tre cordoncini di circa 40/50 cm di lunghezza.
Unite i tre cordonicini e poi intrecciateli molto semplicemente, sigillateli bene alle estremità in modo che non si aprano durante la cottura. Coprite nuovamente  con un panno e lasciar lievitare per un'oretta. 
Nel frattempo preriscaldate il forno a 180°. 
Quando la treccia sarà lievitata spennellatela con il tuorlo  e cospargetela con i semi di sesamo o di papavero.

Challah (pane del sabato)

Infornate e cuocete per i primi 10 minuti a 180° poi abbassate la temperatura a 160° e proseguite la cottura per altri 20 minuti circa.
Lasciate raffreddare completamente su una griglia prima di affettarlo e gustarlo.

In realtà, se seguissero alla lettera i dettami della tradizione ebraica, questo pane non andrebbe tagliato con il coltello ma spezzato con le mani e offerto ai proprio commensali. 

Io ve lo offro, simbolicamente, a fette ben ordinate. Non me ne vogliate.

Challah (pane del sabato)


Alla prossima ricetta
Pippi




lunedì 25 gennaio 2016

Crackers integrali con semi di chia e la spiaggia, il mare e Leopoldino


crackers integrali ai semi di chia

Non posso resistere al richiamo del mare. 
Durante l'estate lo vedo poco perché dividerlo con così tante persone non mi piace e se ne perde completamente la percezione, ma durante  tutto il resto dell'anno, il mare, è pura poesia.

Camminare lungo la spiaggia è talmente rigenerante che non importa se la sabbia entra dentro le scarpe o se le folate di vento gelido e salato ti screpolano la pelle. E' come se i pensieri si diluissero, passo dopo passo, impronta dopo impronta, ascoltando il suono della risacca, inseguendo con lo sguardo i gabbiani che planano con un verso stridulo e acuto in cerca di cibo. Poi alzo lo sguardo e vedo le Apuane imbiancate di neve da una parte e dall'altra un mare che luccica come un gioiello fra i più preziosi.

Sono fortunata, mi dico.



Mentre cammino mi scopro intenta a 'leggere' le impronte che mi hanno preceduto, quelle di un uomo, dal passo preciso, cadenzato, ritmico e, accanto, quelle di un cane. Dalla dimensione e dalla profondità deduco che siano quelle di un cane pesante, di stazza corpulenta, un alano o forse un mastino. Impronte che però non si allontanano mai da quelle dell'uomo, proseguono al suo fianco, come due linee di uno stesso binario, il ritmo è lo stesso, preciso e contemplativo.
Poi mi fermo un attimo cercando con lo sguardo Leopoldo, lo chiamo chiedendogli: 'amoreee, vieni dalla mamma?', ma sembra non sentire. 
Allora scruto le mie impronte e quelle piccole e leggere di Leopoldo. Le mie annaspano dietro le sue che solca quella sabbia con mille ghirighori, dietro front improvvisi, inversioni di senso, partenze e frenate e corse all'impazzata inseguendo tutti gli odori del mondo!


Non c'è speranza, lo so.
***

Questi crackers sono perfetti per uno spuntino salutare, di ritorno da una bella passeggiata, o mentre si guarda un film commovente alla tv. Scrocchiano sotto i denti che è un piacere e rimarrebbero fragranti per alcuni giorni se, invece di mangiarli tutti, li teneste dentro una scatola di latta. Questo è il rischio che si corre, vi avverto.
La cosa più bella però, oltre a mangiarli, è che si preparano veramente in pochi minuti, se avete dei bambini potreste prepararli con loro, non servono impastatrici o altre diavolerie, ma solo delle mani pulite e una tavola infarinata. Potreste utilizzare altri semi da aggiungere direttamente all'interno dell'impasto, e non solo in superficie come ho fatto io. Ma non solo, potreste rendere il loro sapore ancor più particolare aggiungendo delle spezie, come paprica o curry, per esempio.
Insomma, come avrete capito, questi crackers sono suscettibili di mille variabili, quindi, liberate la fantasia e seguite i vostro gusto, sperimentando anche abbinamenti insoliti.
Il risultato sarà sempre piacevole e divertente.

crackers integrali con semi di chia


Ingredienti per una trentina di crackers (il numero dipende dalla grandezza dei crackers)

150 g di farina integrale
150 g di farina tipo 1
4 cucchiai di olio extravergine d'oliva
acqua q.b.
sale
per la finitura:
olio extravergine d'oliva
3 cucchiai di semi di chia 
sale

Procedimento:

In una ciotola mescolate le farine con il sale, unitevi l'olio ed iniziate ad impastare aggiungendo poco alla volta l'acqua regolandovi in base alla consistenza. Trasferite l'impasto in un piano di lavoro e lavoratelo fino a quando non sarà diventato morbido, elastico ed omogeneo. Chiudetelo sotto una ciotola capovolta o avvolgetelo in pellicola alimentare, lasciate riposare mezz'oretta.
Riprendete l'impasto e stendetelo in una sfoglia di 2/3 millimetri di spessore dandogli una forma il più possibile rettangolare. Cospargete la pasta con i semi di chia e passatevi sopra, premendo leggermente con il mattarello. Preparate un'emulsione fatta con un paio di cucchiai di olio, un pizzico di sale e poca acqua, spennellatela sulla superficie, facendo attenzione a non togliere i semi di chia. Con un taglia biscotti o una rotella, tagliate la pasta in tanti rettangoli o quadrati, bucherellateli con i rebbi di una forchetta e trasferiteli su una teglia rivestita di carta da forno.
Infornate a 180° per circa 15 minuti, o il tempo necessario perchè si dorino diventando croccanti.
Togliete la teglia dal forno, spennellateli una seconda volta, attendete qualche minuto e poi con una spatola trasferite i crackers su una griglia per lasciarli raffreddare completamente.

crackers integrali con semi di chia


Alla prossima ricetta
Pippi



giovedì 21 gennaio 2016

Mini croissants, facili, al miele d'acacia


mini croissants al miele d'acacia


La colazione è il mio momento preferito. 
Una pagina bianca da riempire.

Da riempire di baci e carezze a Leopoldo che, acciambellato sulle ginocchia, in queste mattine gelide mi scalda con il suo tepore, di brevi messaggi di saluto ai miei colleghi aspiranti scrittori prima che ognuno di noi, come per incantesimo, torni nel suo ruolo di impiegato, insegnante, fotografo o studente; di telefonate a mia madre che ogni mattina mi racconta uno dei suoi rocamboleschi sogni mentre sorseggiamo il caffé insieme, ma da un capo all'altro della città; di una lista della spesa che finisce sempre con una nota, 'mazzo di fiori freschi', ben sottolineata, appuntata accanto alle misure e agli schizzi per la mia nuova cucina;  di idee per ricette e nuovi scatti prese al volo e attaccate con un post.it sullo sportello del frigorifero come fosse un contenitore di memoria; di caffettiere che borbottano, tazze che si riempiono e biscotti che si inzuppano, e di un : 'arrivederci a stasera, amore'.

E' una pagina bianca che si riempie con facilità. 

*** 
Per chi volesse provare a fare dei croissant facili e di grande resa questa ricetta è perfetta. 
L'ingrediente segreto è decisamente il formaggio nell'impasto. Solitamente utilizzo un caprino fresco anche per le preparazioni da dessert perché il sapore del caprino stempera il dolce del miele, di marmellate o creme al cioccolato. Se preferite un gusto più delicato e neutro usate la ricotta, meglio se compatta e asciutta, altrimenti prima di inserirla nell'impasto lasciatela colare per un'oretta dentro un colino a maglie fitte.
Questi croissant sono dedicati alla domenica mattina, quando ci si può permettere un po' più di tempo  da dedicare alla colazione e uno strappo alla dieta. Se vi organizzate, avete tutto il tempo di prepararli e metterli in freezer. Domenica mattina non fate altro che tirarli fuori un'oretta prima ed infornarli.   Sarà una colazione che strapperà un sorriso di sorpresa ai vostri commensali. 
Successo assicurato!

mini croissants

Ingredienti per 2 dozzine di croissants: (ricetta di Adriano Continisio , se cliccate sul link troverete la sua spiegazione con il passo passo per la realizzazione di questa finta pasta sfoglia). Un'altra mia proposta per l'utilizzo di questa pasta sfoglia furbetta la trovate  qui.

250 g di farina 0
250 g di formaggio fresco (va benissimo il caprino o la ricotta)
160 g di burro morbido
1 uovo
1 presa di sale
miele d'acacia q.b.
1 tuorlo

mini croissants

Nella ciotola del robot  mettete la farina setacciata con il pizzico di sale, il burro a pezzetti e il formaggio fresco. Azionate per pochi secondi per ottenere un composto sabbioso e pieno di briciole e pezzi di burro.
Su un piano di lavoro stendete un foglio di pellicola alimentare, versateci sopra l'impasto sabbioso e aiutandovi con la pellicola cercate di compattarle e dargli una forma rettangolare. Chiudete il panetto con la pellicola e lasciatelo riposare nella parte più fredda del frigo per una notte.
Il giorno dopo lasciate a temperatura ambiente il panetto il tempo sufficiente a far sì che si ammorbidisca.
Infarinate una spianatoia, stendete il panetto con il mattarello, allungandolo e abbassandolo di spessore, dopo di che, iniziate a fare le pieghe:

1 giro: piegate il lato più corto verso il centro e poi sovrapponetevi l’altro lato corto. Avvolgete il panetto ottenuto nella pellicola e rimettete in frigorifero per 30 minuti.
2 giro: mettete il panetto sulla spianatoia con il lato più corto di fronte a voi, stendetelo con il mattarello e poi ripetete le pieghe del primo giro. Rimettete di nuovo il panetto così ottenuto nel frigorifero sempre avvolto nella pellicola per altri 30 minuti.
(vedrete che l’impasto si compatterà e diventerà liscio e uniforme man mano che farete le pieghe)
3 giro: stendete di nuovo l’impasto e fate le pieghe, rimettetelo in frigorifero per altri 30 minuti.


mini croissants

Formatura: stendete di nuovo la pasta, questa volta in un rettangolo di spessore piuttosto sottile. Con la rotella ritagliate dei triangoli con la base di circa 5/6 cm a cui farete nel mezzo un piccolo taglio, allungate ogni triangolo tirandolo dalla punta. Colate qualche goccia di miele all'interno del triangolo, poi arrotolatelo dalla base verso il vertice, tirando verso l'esterno le punte, date la forma a mezza luna e spennellate con un tuorlo sbattuto con un goccino d'acqua o latte.
Mettete i croissant (con la punta verso il basso) in una teglia foderata con carta da forno, infornate a 180/200° per 10 minuti scarsi. Vedrete che si gonfieranno subito e si coloreranno in un attimo.
Lasciateli raffreddare completamente in una griglia prima di irrorarli con altro miele.

mini croissants

Alla prossima ricetta
Pippi



lunedì 18 gennaio 2016

Petto d'Anatra all'arancia e miele - Settimana degli Agrumi - Calendario del Cibo Italiano


magret de canard à l'orange et miel

Ho tratto ispirazione, per questa ricetta, da quello che potrebbe essere considerato come la Bibbia della cucina Toscana, sto parlando de IL GRANDE LIBRO DELLA VERA CUCINA TOSCANA, del maestro Paolo Petroni (scrittore e giornalista, Presidente dell'Accademia Italiana della Cucina). Descrivendo la ricetta dell'anatra all'arancia, in una nota, l'autore sottolinea come l'origine di questo piatto, considerato un classico della cucina francese, sia in realtà tutta toscana.
Son rimasta stupita, sono sincera. Petroni continua dicendo che se ne trova infatti traccia, con il titolo di Paparo alla melarancia, nel LIBRO DI CUCINA del XVI secolo di Anonimo Toscano.

Mi son chiesa come fosse potuta accadere una cosa del genere ed ho scoperto che la nostra Caterina dè Medici, quando andò in sposa (1533) ad Enrico II, duca d'Orleans e futuro re di Francia, portò con sé, non tanto la sua bellezza, perché, obiettivamente, ne era piuttosto sprovvista, quanto, in compenso, una grande intelligenza e perspicacia, una profonda cultura alimentata dalla sua passione per l'arte, l'architettura e i libri e un'innata predisposizione per la buona cucina.
Caterina fu dunque una regina colta, raffinata, abile in politica ma anche una inconsapevole innovatrice della tradizione culinaria francese.
Innovatrice inconsapevole perché, quando sbarcò a Nizza, per andare in sposa al bel duca d'Orleans, Caterina aveva solo 14 anni, e una vita da orfana alle spalle trascorsa per gran parte del tempo a Firenze. La sua unica e vera famiglia era quindi costituita dalla governante e da quelle cuoche e pasticceri che nel corso della sua infanzia, si erano presi letteralmente cura di lei, prodigandosi nel renderle la vita piacevole e coccolandola con i suoi piatti preferiti: il papero alla melarancia, appunto, la salsa colla, la zuppa di cipolle eccetera, eccetera, eccetera. Caterina non fece altro, quindi, da ragazzina quale era, di portare con sé, in Francia, quella che considerava la sua vera famiglia.
E' a lei che si deve, quindi, e alla sua squadra di cuochi e pasticceri, se la cucina francese si arricchì di sapori e profumi che sapevano di Toscana.
L'introduzione di un impeccabile galateo a tavola (tovaglie damascate, menù suddiviso tra salati e dolci, piatti che venivano cambiati ad ogni portata e l'uso della forchetta), di ingredienti nuovi a cui Caterina non voleva rinunciare, come pasta, asparagi, piselli, broccoli, pomodori, carciofi, e di dolci, tra cui i sorbetti alla frutta e addirittura lo zabaione, furono le inevitabili conseguenze del tocco toscano sulla cucina della corte del Re di Francia, tocco che poi venne sublimato dagli stessi chef francesi.
Per cui, se diciamo che dietro a le canard à l'orange, alla salsa béchamel ( che i cuochi di Caterina chiamavano salsa colla), alla soupe d'oignons e ad altre ricette codificate francesi, in realtà ci sono radici che affondano lo zampino nella cucina toscana, non diciamo un'eresia. Ricordiamocelo.

Per tornare alla proposta di oggi, non ho seguito alla lettera la ricetta che Paolo Petroni riporta nel suo libro, perché ho preferito utilizzare il petto d'anatra piuttosto che l'anatra intera, più comodo da scaloppare e veloce nella cottura, aggiungendo quasi alla fine una piccola dose di miele d'acacia per dare più aromaticità a questa carne così tenera e scioglievole in bocca. Tenete da parte il sughetto della carne per nappare bene le fettine quando le servite, mentre, quasi tutti gli esperti consigliano di utilizzare una parte del grasso d'anatra che si forma durante la cottura per cuocere le patate arrosto.
E' un'ottimo piatto da preparare in pochissimo tempo con una resa straordinaria nel gusto, nell'aspetto e nella leggerezza (del grasso fuoriuscito se ne tiene solo un cucchiaio o due al massimo).
Ed ora passiamo alla ricetta.

petto d'anatra all'arancia

Ingredienti per 4 porzioni:
2 petti d'anatra di circa 300 g ciascuno
2 arance non trattate, il succo e la scorza
3 foglie di alloro
grani di pepe
3 cucchiaini di miele d'acacia
sale

petto d'anatra all'arancia

Prendete i due petti d'anatra e controllate che non ci siano residui di piumaggio, nel caso eliminateli con una pinzetta, pareggiate i filetti e tagliate la pelle, dai lati, in eccesso. Con un coltello affilato praticate dei tagli solo sulla pelle, in modo che venga facilitata la cottura e la fuori uscita del grasso con il calore.
Mettete i petti d'anatra con la pelle rivolta verso il basso, in una padella fredda (infatti non dobbiamo far sigillare la carne come nel caso di un arrosto ), unite i grani di pepe e le foglie di alloro e ponete su fiamma dolce. Cuocete per circa 8 minuti dalla parte della pelle e altri 3/4 minuti dalla parte della carne. Sarà pronta quando al tocco la carne sarà resistente ma elastica come consiglia Gordon Ramsay.

petto d'anatra all'arancia

Nel frattempo, lavate e asciugate le arance, togliete la scorza, senza la parte bianca amarognola, tagliatela a filetti e spremete il succo di una arancia.


petto d'anatra all'arancia

Quando il petto d'anatra sarà praticamente cotto, eliminate quasi tutto il grasso che si sarà formato sul fondo della padella, lasciandone un cucchiaio, unite le scorzette a julienne e il succo di una arancia, glassate con il miele e cuocete per qualche minuto in modo che la carne ne assorba i profumi.

petto d'anatra all'arancia

A fine cottura, togliete i petti dalla padella, lasciateli riposare per una decina di minuti e poi scaloppateli.

petto d'anatra all'arancia


Servite le fettine di petto d'anatra nappandole con il succo d'arancia e miele.

petto d'anatra all'arancia

Alla prossima ricetta
Pippi




sabato 16 gennaio 2016

'Crapiata', zuppa materana


Crapiata materana

Il Calendario del Cibo Italiano oggi festeggia la Giornata Nazionale della Pasta e Fagioli con ambasciatrice Sabrina Tocchio, autrice dell'articolo che trovate cliccando sul link precedente.

Anche se vivo in Toscana, la patria della pasta e fagioli, ho pensato di contribuire a questa giornata con una zuppa che mi ha riportato, anche solo per un attimo, in una città a cui mi sento particolarmente legata: Matera (ne ho parlato in questi due post: Matera, l'incontro  e Friselle (...) e Matera nel cuore ).
La prima cosa che mangiai quella sera, appena arrivata in città, fu proprio questa zuppa. Eravamo sul terrazzino di un bel ristorante del centro, con i Sassi illuminati come sfondo e un cielo stellato e fresco sopra di noi.
Un benvenuto che non posso dimenticare.
Capitolai in un attimo e il mio amore per Matera iniziò proprio da quella 'scodella' di crapiata.

Cos'è la crapiata? E' una semplicissima zuppa di legumi e cereali nata dalla tradizione contadina materana. Veniva preparata il primo di agosto per festeggiare la fine del raccolto, assaggiare il frutto di tanto duro lavoro e celebrare l'abbondanza e la generosità della terra per l'anno successivo.
Le donne, dopo il raccolto, si riunivano per pulire le messi dandosi una mano a vicenda, la sera, poi, quando tornavano nelle loro case, mettevano poche manciate di grano e di legumi, la loro unica ricchezza, in bacinelle piene d'acqua che lasciavano riposare tutta la notte. Il giorno della festa versavano quelle manciate di legumi in grandi calderoni sparsi per la città che ribollivano e ribollivano, ore ed ore, spargendo per le viuzze un profumo invitante e propiziatorio.
Mentre la zuppa cuoceva pochi altri ingredienti venivano aggiunti: patatine novelle, cipolle, sedano, carote e pomodori dolcissimi. Nulla di più. A chiunque passasse veniva offerta una scodella di zuppa e un buon bicchiere di vino rosso. Proprio quello che è stato offerto a me.

 La cosa che mi ha colpito di questa tradizione  al di là del luogo suggestivo in cui veniva 'celebrata' e delle probabili origini pagane e agresti del rito, è il fatto che ognuno di questi contadini, contribuiva con quel poco o tanto che aveva, in base alle proprie possibilità: chi aveva di più metteva anche per chi aveva di meno. Semplice, quasi banale  questa regola che, in realtà, racchiude in sé un alto senso civico di 'mutuo soccorso' ed un fortissimo senso di appartenenza alla propria terra.  

Ho cercato di seguire alla lettera la ricetta apportando solo piccole modifiche: non ho utilizzato patatine novelle ma delle buone patate di montagna che avevo in casa e, al posto dei pomodori freschi, che non sono certo di stagione adesso, ho preferito aggiungere dei filetti di pomodoro San Marzano, preparati durante l'estate, appena scottati e conservati al naturale in modo da mantenere al massimo il loro profumo. 

'Crapiata' soup from Matera

Ingredienti per 6 porzioni:
500 g tra grano, ceci, lenticchie, cicerchie, fave, fagioli
200 g di patate
2 coste di sedano
2 carote
1 cipolla
sale
olio extravergine d'oliva

'Crapiata' soup from Matera

Il giorno prima sciacquate il grano e i legumi sotto acqua corrente, metteteli in ammollo in acqua fredda per 24 ore cambiando l'acqua 2 o 3 volte. Dopo l'ammollo scolateli e versateli in una casseruola capiente, aggiungete acqua fredda fino a superare di almeno 3 dita il livello dei legumi. Lasciate che la zuppa cuocia su fiamma molto dolce, aggiungendo se necessario altra acqua calda e mescolando di tanto in tanto. Dopo circa un'oretta aggiungete le patate pelate e tagliate a grandi pezzi (se invece sono quelle novelle, pulitele bene con una spazzolina per eliminare residui di terra), aggiungete il gambo di sedano tagliato a segmenti, le carote pelate e tagliate a pezzettoni e la cipolla sbucciata e tagliata a spicchi. Immergete nella zuppa questi ingredienti e proseguite la cottura per altri 45 minuti circa. Salate solo quando manca una mezz'oretta alla fine della cottura. Per impreziosire la zuppa, aggiungete del buon olio extravergine. In più, poco prima di servire la zuppa, ho aggiunto una  manciata di peperoni cruschi, un'altra specialità della cucina lucana, peperoni dolci essiccati e poi fritti.

'Crapiata' soup from Matera

Alla prossima ricetta !
Pippi




giovedì 14 gennaio 2016

Farinata


farinata - chickpea tart


Per il Calendario del Cibo Italiano oggi si festeggia la Giornata Nazionale della Farinata (inserita nella Settimana Nazionale del maiale) ambasciatrice ne è Sara Bonaccorsi che ha appena pubblicato il suo articolo sul sito di Aifb che vi invito a leggere.

La farinata fa parte della mia vita.
Lo può capire solo chi, come me, è cresciuto con una o due fettine di farinata, servita nella carta paglia, in attesa dell'autobus per tornare a casa da scuola, o all'uscita dal cinema la domenica, per non parlare dei pomeriggi invernali, come intermezzo gustoso, tra le 'vasche', avanti e indietro lungo il corso, per farsi notare un po', e un sacchettino di semine comprate dalla mitica Iolanda, da sgranocchiare con le amiche mentre si spettegola.
La farinata scandisce sempre dei momenti che sono dedicati al relax; un delizioso premio che ti puoi regalare sempre, per pochi spiccioli, anche quando sei fermo al freddo o sotto la pioggia, aspettando che quel benedetto pullman ti riporti a casa dopo una difficile mattinata a scuola. 
Il segreto è che deve essere calda, appena sfornata e fumante, così tanto che, mentre la morsichi, soffi contemporaneamente per non scottarti la lingua e poi, lasciatemelo dire, deve essere unta, il giusto.  Se non ti sporchi le mani, non mi fiderei, c'è qualcosa che non va.
Il massimo della libidine è assaporarla dentro una focaccina morbida, mai provato?  Ma ho visto anche chi arriva a metterla tra due bei triangoli di pizza margherita!

Credo siano pochi i piatti che, pur nella loro semplicità, siano riusciti ad assumere così tanti nomi in uno spazio geografico che tutto sommano non è poi tanto vasto, come la farinata. 
Personalmente sono passata dalla 'fainà' della Pia, di Spezia, alla 'calda calda' della Norma a Massa nel giro di una trentina di chilometri. Ma scendendo lungo la costa toscana, mantenendo la rotta verso Pisa, la farinata diventa improvvisamente cecina con la c leggermente aspirata e cinque cinque nel livornese. Tornando indietro, invece, e veleggiando lungo il profilo scosceso della mia bella Liguria, a Genova, sua patria d'origine, si chiama  fainâ de çeixi, per passare al turtellasso del savonese fino ad espatriare in Costa Azzurra.  A Nizza, infatti, si chiama socca. Se ci  spingiamo invece verso l' entroterra, scollinando l'Appennino, da Genova verso il Piemonte, in quella zona che dall'alessandrino va fino all'astigiano e al torinese, lì, la farinata, la chiamano bela cauda. 
E sempre di  quei tre ingredienti parliamo: farina di ceci, acqua, olio. 

Come accade spesso, dietro ogni piatto tipico o della tradizione c'è, di solito una leggenda che ne spiega l'origine. In questo caso, si narra che la farinata sia nata in modo del tutto casuale, sembra infatti che, subito dopo la battaglia della Meloria, nell'agosto del 1284, quando la Repubblica di Genova diede un duro colpo alla potenza marinara della Repubblica di Pisa, le galere genovesi rimasero coinvolte in una terribile tempesta che sbatacchiò ben bene le navi, facendo rovesciare l'olio contenuto nei barilotti e i ceci che stavano nei sacchi di iuta. Ceci ed olio, insieme all'acqua di mare che entrò nelle stive a causa dei marosi, crearono una specie di poltiglia che, visto le poche provviste rimaste, venne utilizzata, comunque, per sfamare i marinai. Alcuni di questi, però, si rifiutarono di mangiare questa pappina poco appetitosa e abbandonarono le loro scodelle al sole cocente. Il risultato fu che il calore dei raggi del sole seccò quella purea, trasformandola in una specie di focaccetta. Il giorno successivo, quegli stessi marinai, spinti dai morsi della fame, mangiarono quelle focaccette di ceci rimanendone stupiti dalla bontà. Quando rientrarono in patria, i genovesi perfezionarono la 'ricetta', facendo cuocere questa sorta di torta di ceci nel forno e il risultato  fu talmente di loro gradimento che, anche in segno di scherno nei confronti dei loro nemici, lo chiamarono "l'oro di Pisa".

Ma al di là dei mille nomi che può assumere, delle leggende o fatti storici che ne narrano o attestano le origini, la farinata è essenzialmente un piatto povero che nasce dalla sacrosanta esigenza di trovare un'alternativa al pane con un alimento particolarmente sostanzioso ed economico. Ceci e olio sono ingredienti che si trovano ovunque nel bacino del mediterraneo, ecco perché esistono molte testimonianze di sformati o torte di legumi risalenti sia all'epoca latina che a quella greca.

In un piatto dove gli ingredienti sono così pochi, la buona riuscita sta nella ottima qualità degli ingredienti stessi e soprattutto dell'olio. Pensate che addirittura nel 1447 venne emanato un decreto a Genova, una sorta di disciplinare per stabilire le regole di una perfetta scripilita (così era chiamata la farinata), bandendo per legge l'utilizzo di olio scadente. Quindi: chi ha orecchie intenda.

***

E' un piatto semplice, con poche regole da seguire. La morte sua sarebbe un bel forno a legna e una pesante teglia di rame stagnato, ma non tutti hanno questa fortuna per cui, oggi, vi propongo la mia versione, seguendo la ricetta di un pizzaiolo della mia città. Le dosi sono per un paio di teglie di circa 24/26 cm di diametro, tenete conto che la farinata deve avere uno spessore che non superi il centimetro. Stemperate la farina con acqua e poi dimenticatevi di loro, più stanno a riposo meglio è, almeno un paio d'ore. Prima di infornare, togliete la schiumetta che si sarà formata sulla superficie e unite l'olio, mescolando lentamente. 
La versione proposta oggi è quella classica, ma potete aggiungere a metà cottura, cipollotti affettati, stracchino o gorgonzola, o quei meravigliosi 'gianchetti' quando è la stagione. Servitela con una  spuma bionda o una buona birra e godetevela al tramonto. Qualunque stagione sia.
C'è sempre un buon motivo per farlo. 


farinata - chickpea tart

Ingredienti:
250 g di farina di ceci
750 g di acqua
50 ml di olio extravergine d'oliva
 12 g di sale (due cucchiaini da caffé)
 pepe
*per la teglia poco olio giusto la quantità necessaria perché la farinata non si attacchi al fondo

Stemperate la farina con l'acqua fredda e il sale, mescolate con una frusta a mano in modo da evitare che si formino dei grumi. Lasciate riposare per almeno due ore. 
Eliminate la schiuma che si sarà formata sulla superficie, aggiungete l'olio e mescolate ancora, delicatamente. 
Ungete le due teglie, ne ho utilizzata una di alluminio e una in ferro piuttosto pesanti, versatevi il composto che deve essere piuttosto liquido stando attenti allo spessore, infornate a 200/220° per una ventina di minuti. 
Appena tolta dal forno aggiungete una spolverata di pepe macinato e servitela subito.
Si mangia volentieri senza tanti convenevoli,  anche in piedi, accompagnatela con un buon bicchiere di birra o di vino rosso.


farinata - chickpea tart

Alla prossima
Pippi


sabato 9 gennaio 2016

Gnocchi di sedano rapa con crema al pecorino -


gnocchi al sedano rapa


Oggi nel Calendario del Cibo Italiano si festeggia la Giornata Nazionale dedicata alla Rapa, ambasciatore ne è il mio collega Fabio Grasso che ha scritto un articolo introduttivo molto esauriente che potrete leggere seguendo questo link . Maggiori informazioni sul progetto del Calendario del Cibo Italiano li trovate anche in questo mio post precedente.

Era da tempo che cercavo di trovare il coraggio di affrontare il sedano rapa o sedano di Verona, che mai prima d'oggi avevo cucinato e ne sono rimasta così soddisfatta che mi è venuta voglia di proseguire la mia 'sperimentazione'.
Il sedano rapa è un ortaggio di cui si consuma la radice perché, sembra, che le foglie siano piuttosto coriacee e non particolarmente gustose. Del resto, anche volendo provare, al supermercato, l'unico luogo dove riesco a trovarlo, il sedano rapa è venduto, per così dire, nudo, senza più fogliame.

Si coltiva soprattutto nel nord Italia e la raccolta arriva fino ai primi geli. Se conservato come si deve però, il sedano rapa può mantenersi per altri 3 o 4 mesi. Quindi approfittiamone da fine agosto in poi.

Ha una forma tondeggiante e una superficie bitorzoluta e piena di rughe; non è certamente un campione di bellezza ma si sa: "non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace" e a me, il sedano rapa, piace soprattutto per il suo gusto piuttosto intenso e ricco di freschezza. 
Da crudo, ha una consistenza molto compatta e soda ma è talmente ricco di acqua che se ci mettiamo a contare le calorie che fornisce per ogni etto (42 per l'esattezza), ci rendiamo subito conto che è l'ortaggio giusto, giusto per rimettersi in forma dopo  le feste. 
Il suo nome botanico è Apium Graveolens varietà Rapaceum ed è un ottimo alleato per una dieta ipocalorica, per le sue proprietà diuretiche e disinfettanti. Si può consumare crudo, grattugiato, per esempio, nelle insalate, oppure cotto a vapore e condito anche semplicemente con olio e un pizzico di sale oppure come protagonista di zuppe, vellutate o puré. 

Ci ho pensato un po' prima di cimentarmi per la prima volta con questo ortaggio, desideravo un piatto goloso da far venire l'acquolina in bocca, di quelli che si preparano la domenica mattina presto quando gli altri ancora dormono. Quindi, tra un gratin, un puré ed una vellutata, alla fine ho scelto gli gnocchi e per giunta conditi con una salsa al pecorino. Non me ne vogliate ma sono veramente buoni, con quel gusto fresco e delicato che si fa strada tra le patate e quel pizzico di noce moscata.

E adesso prima di partire con la ricetta qualche piccolo consiglio: dopo aver lessato o cotto al vapore il sedano rapa per gli gnocchi, abbiate la precauzione di strizzarlo bene, prima di mescolarlo agli altri ingredienti, in modo da fargli perdere quanta più acqua possibile. Io, per esempio, l'ho messo nello schiaccia patate ed ho premuto leggermente in modo da far scolare via l'acqua. 
Mia mamma, che è una dritta, mi ha detto (dopo, però) che potevo anche farlo 'asciugare' in padella o nel forno, senza aggiunta di grassi dopo averlo passato. C'è invece chi lo cuoce il giorno prima lasciando il povero sedano rapa dentro un colino tutta la notte per far si che nella solitudine si decida a rilasciare tutti i suoi liquidi. 
Scegliete voi il metodo migliore e se ne conoscete altri, fatemelo sapere.

Le dosi che vi ho scritto sono quelle che ho preso durante l'esecuzione della ricetta,  ma, non serve che ve lo ribadisca, la dose di farina, quando si parla di gnocchi, è sempre una variabile. Questo dipende dal tipo di patata utilizzata (meglio vecchie e farinose che nuove e collose, come del resto per il brodo di gallina, da quella vecchia viene un brodo eccellente), e, in questo caso, anche dall'aggiunta di un ingrediente piuttosto umido come il sedano rapa. Per ultimo, quando si impasta il tempo atmosferico ha la sua parte di colpa, nel bene e nel male, infatti qui pioveva, e come pioveva!
Per cui, buona regola, quando si affrontano gli gnocchi è partire con una quantità di farina senza esagerare e poi man mano aggiungerne fino ad avere un impasto morbido ma compatto. Non impastate troppo a lungo, mi raccomando. 
L'impasto dei miei gnocchi è rimasto comunque più 'umido' rispetto a quello fatto di sole patate ma non ho voluto esagerare con la farina per paura che diventassero duri come biglie da combattimento.

gnocchi al sedano rapa

Ingredienti per 4/6 porzioni (dipende da quanto mangiano i vostri commensali)
350 g di sedano rapa, pelato e tagliato a dadini (circa metà di una radice media di circa 800 g) che poi da cotto e strizzato è diventato circa 250 g
450 g di patate con la buccia ( da cotte, pelate e passate ne ho utilizzate circa 300 g)
230 g circa di farina tipo 1
1 uovo, piccolo
una presa di sale
una macinata di noce moscata
della semola  per sfarinare gli gnocchi in modo che non si appiccichino tra di loro
Per  il condimento:
150 ml di panna fresca
70 g di pecorino
30 g di parmigiano reggiano
una manciata di noci sgusciate
un rametto di cerfoglio o prezzemolo
una macinata di pepe nero

gnocchi al sedano rapa

Pelate il sedano rapa eliminando anche eventuali nodini, tagliatelo a fette piuttosto spesse, poi a bastoncini ed infine a dadini. Mettetelo nel cestello di una pentola a vapore e cuocetelo per circa 15 minuti.
Nello stesso tempo, lavate bene le patate con la buccia, mettetele in una casseruola con acqua bollente salata e fate cuocere per circa 20/25 minuti, o fino a quando la punta di un coltello non riesca ad entrare senza sforzo nella polpa. Scolatele e passatele allo schiacciapatate (se le tagliate a metà e mettete ogni metà dentro lo schiacciapatate con il taglio verso il basso non avrete neppure bisogno di togliere la buccia che rimarrà attaccata al braccio mobile dello strumento, mamma insegna).
Mettete anche i dadini di sedano rapa nello schiacciapatate e come dicevo prima, premete leggermente, posizionandovi sul lavandino, in modo da far uscire quanta più acqua possibile.
Mettete sul piano di lavoro parte della farina a fontana poi aggiungete sia le patate che il sedano rapa passati, fate un piccolo cratere al centro, in cui metterete un uovo piccolo, una presa di sale e noce moscata e iniziate ad amalgamare gli ingredienti aggiungendo, se necessario altra farina poco alla volta in modo da sapervi regolare in base alla consistenza dell'impasto.
Lasciate riposare qualche minuto poi con le mani leggermente infarinate (ho utilizzato della semola anche per spolverare gli gnocchi) staccate dei pezzettini di impasto e formate delle palline che lascerete ricadere su un telo pulito spolverato con semola.
Gettateli, pochi alla volta, in acqua bollente salata in cui avrete aggiunto anche un filo d'olio, quando torneranno a galla, fateli roteare brevemente tra il bollore e poi scolateli con una schiumarola.
Metteteli in una pirofila o piatto da portata e man mano conditeli con la crema al pecorino, decorate con delle noci spezzettate grossolanamente e un'erbetta fresca ( prezzemolo, cerfoglio, timo etc.).
Non vi dimenticate una macinata di pepe nero per completare e poi servite subito.

Per la salsa al pecorino da preparare mentre lessate gli gnocchi:
in una piccola casseruola mettete la panna e mescolatela con i due formaggi grattugiati finemente. Ponete su fiamma dolce e fate scaldare il tutto, non deve bollire ma intiepidirsi e scaldarsi solo a sufficienza perché i formaggi si sciolgano bene e diventi una crema liscia e vellutata. Potete anche passarla al colino prima di utilizzarla. 

gnocchi al sedano rapa

Alla prossima 
Pippi



giovedì 7 gennaio 2016

Canederli di magro per la Giornata Nazionale dei Canderli - Calendario del Cibo Italiano -



petto d'anatra all'arancia


Sono finite.
Ieri pomeriggio ho disfatto l'albero, ho chiuso nella scatola le decorazioni insieme ai babbi natale, ho arrotolato attorno al braccio il lunghissimo nastro di lucine perché non si ingarbugliasse, ho spento le candele rosse e sostituito le tende della cucina con le renne, con tendine leggere, di pizzo. 
Nel frattempo il cielo si è aperto e una sottile scia rosa lo ha attraversato verso l'ora del tramonto. Quante cose cambiano mentre un altro 'Natale' passa.


***

C'è una novità sul web dal 1° gennaio, un progetto ambizioso e complesso quanto lo è la cucina della nostra bella penisola, si chiama  Calendario del Cibo Italiano promosso da Aifb
366 Giornate Nazionali dedicate ad altrettanti cibi o prodotti tipici o personaggi che hanno reso unico il nostro territorio, la sua cultura e tradizione gastronomica, 52 Settimane Nazionali, dedicate ad approfondimenti, sempre in tema gastronomico, che vanno dal recupero degli avanzi, alla cucina ebraica piuttosto che a quella della penitenza e così via.
Il proposito che ci siamo posti è semplicemente quello di tornare a parlare di cibo, quello vero, quello legato al nostro territorio,  il cibo che segue il ciclo delle stagioni e delle ricorrenze, sia liturgiche che istituzionali, il cibo che affonda le radici in una tradizione culinaria unica e ineguagliabile, il cibo che racconta della nostra identità,  per darne testimonianza  attraverso la nostra passione e il nostro lavoro.

Sarà un Calendario fittissimo di notizie, articoli, storia, ricette e curiosità. Spero ci seguirete perché saranno tante le cose che impareremo in questa nuova avventura.

Come preannunciato, dal 4 gennaio è iniziata la settimana dedicata agli Avanzi l'ambasciatrice della settimana è Cinzia Martinelli Cortella che ha pubblicato un interessante articolo sul blog dell'Associazione Foodblogger Italiana e tra le varie giornate nazionali della settimana ho scelto quella di oggi dedicata ai canederli. Ambasciatrice di questa giornata è Solema di cui vi invito a leggere il post sui Canederli.

I Canederli sono un piatto tipico del Tirolo e ne esistono moltissime versioni, c'è chi li prepara con lo speck, chi con il grano saraceno, chi li fa con il magro, chi li cuoce al vapore, chi li serve con il brodo o chi con burro e salvia. La prima testimonianza storica della presenza dei canederli nella cucina popolare italiana risale al XII secolo, con l'affresco della "mangiatrice di canederli", presente nella Cappella di Appiano in provincia di Bolzano. In questo affresco, infatti, si può ammirare una scena familiare in cui una ancella, sotto gli occhi della Vergine Maria, cucina e assaggia un canederlo,  prendendolo direttamente da una grande padella.

Ci sono varie leggende sulla nascita di questo piatto, tra cui quella suggestiva che racconta di un gruppo di soldati Lanzichenecchi che arrivarono ad un maso affamati e stanchi. Con tutta l'arroganza di cui erano capaci, questi balordi pretesero di essere sfamati immediatamente, pena la messa a ferro e fuoco della casa e del maso. La povera donna, che in quel momento si trovava da sola con le sue figlie, non si perse d'animo e ordinò alle ragazze di riunire tutto quello che era rimasto in cucina: pane raffermo, uova, latte e dello speck; impastò il tutto e ne fece delle palline che poi lessò e offrì ai saccheggiatori che caddero tronfi e sazi, in un sonno profondo. 
Al di là delle leggende, o delle storie antiche raccontate negli affreschi, i canederli  nascono semplicemente dall'esigenza, di primaria importanza in una cultura contadina, di recuperare e riciclare il pane secco e tutti gli altri resti alimentari.
Pochi gesti per dare nuova vita agli avanzi della cucina.

Rispetto alla ricetta canonica ho fatto delle piccole variazioni in base, naturalmente, alle 'materie prime' rimaste dai pranzi e dalle cene delle festività.
Quindi:
- pane raffermo di vario tipo dato che non avevo le classiche michette previste dalla ricetta tradizionale;
- non ho aggiunto né speck, né altro salume ma solamente una parte di quel lesso che mi era rimasto dopo aver preparato il brodo per i cappelletti e con cui, qualche giorno fa, ho preparato delle polpette. - ho insaporito l'impasto dei miei canederli con tanta noce moscata e una bella manciata di parmigiano reggiano;
- ho preferito servirli asciutti insaporiti solo da un filo d'olio extravergine profumato alla salvia, che viene proprio dai miei piccoli ulivi.
Tutto qui.

Un piccolo consiglio: i canederli si realizzano davvero in pochissimo tempo ma all'esigenza possono essere preparati anche il giorno prima, basta tenerli al fresco, dentro un contenitore con il composto ben compattato. 

canederli di magro

Non mi resta che lasciarvi la ricetta. A presto!


canederli di magro

Ingredienti per circa 24 canederli
200 g di pane raffermo
1 bicchiere scarso di latte, tiepido
2 uova, leggermente sbattute
50 g di parmigiano reggiano
1/2 cipolla 
150 g di avanzi di bollito, sbriciolato o tritato
un ciuffo di prezzemolo
sale, pepe e noce moscata
per condimento:
olio extravergine d'oliva
salvia
parmigiano reggiano q.b.


canederli di magro

Procedimento:
Tagliate il pane raffermo a dadini, inumiditelo con il latte tiepido e lasciate riposare una mezz'oretta.


canederli di magro

Nel frattempo in una padella fate rosolare la cipolla tritata e il lesso sbriciolato.

canederli di magro

Mentre la carne si intiepidisce, versiamo nella ciotola del pane le uova leggermente sbattute, amalgamiamo il tutto,

canederli di magro

aggiungiamo la carne intiepidita, il prezzemolo tritato e del parmigiano reggiano ben stagionato. Regoliamo di sale e pepe e aggiungiamo una bella grattata di noce moscata.

canederli di magro

Compattate bene il composto poi, con le mani inumidite, prendete delle piccole dosi di impasto e formate delle palline grandi come delle susine, la misura canonica parla di 4 - 6 cm di diametro.  

canederli di magro

Lessate i canederli in brodo bollente e serviteli con il brodo, appunto, oppure con un filo d'olio e parmigiano o il classico burro fuso e salvia.

canederli di magro

Alla prossima
Pippi